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difesa animaliDifendiamoli: Info del 29 gennaio 2007  

L'AVVENIRE
29-01-2008 
 
Con le staminali adulte si «ripara» il fegato
 
Un’équipe di Torino guidata da Giovanni Camussi ha mostrato sugli animali nuove capacità delle cellule epatiche
DI ALESSANDRA TURCHETTI
Un altro goal della ricerca italiana: un’équipe dell’Università di Torino guidata dal nefrologo Giovanni Camussi ha dimostrato su un modello animale la capacità rigenerativa delle cellule staminali adulte prelevate da fegato umano. Queste cellule, già identificate nell’uomo all’interno del rene e del fegato, avevano già mostrato in vitro di essere multipotenti, cioè capaci di diventare non solo cellule epatiche ma anche pancreatiche e di altri tessuti, quando stimolate in modo opportuno. Con questo studio, i cui risultati sono stati resi noti ieri, ne è stata provata in vivo la forte capacità rigenerativa andando a riparare nell’animale un danno come l’insufficienza epatica indotta. «E stato importante vedere che non solo le staminali ma anche i loro prodotti riducono marcatamente la gravità della lesione», spiega ad «Avvenire» Camussi che ha condotto i lavori presso il Centro interdipartimentale di Biotecnologie molecolari diretto dal professor Lorenzo Silengo. «Questo risultato – aggiunge – è un ulteriore passo avanti nella ricerca che è iniziata con l’isolamento di vere e proprie staminali nel tessuto epatico dell’uomo, simili alle staminali mesenchimali che si trovano nel midollo osseo e che abbiamo caratterizzato anche funzionalmente. Se iniettate nell’animale malato, partecipano fortemente alla riparazione della lesione». L’équipe torinese si è distinta in quel filone di ricerca che negli ultimi anni è arrivato all’individuazione di cellule staminali in diversi tessuti dell’organismo adulto, a partire da cuore, sangue periferico, sistema nervoso centrale, muscolo, tessuto adiposo, contribuendo nello specifico alla loro scoperta prima nel rene e poi nel fegato. In parallelo, infatti, sta anche studiando la capacità rigenerativa delle staminali in vivo anche per le malattie renali. Come proseguirà lo studio? «Dobbiamo capire bene i meccanismi di azione delle molecole coinvolte, ad esempio come riescono a impedire la morte geneticamente programmata delle cellule epatiche (apoptosi) – conclude Camussi – giocando, così, anche un ruolo protettivo. C’è la speranza di una futura applicazione clinica dei risultati». 

LE SCIENZE
 
Immunologia
Una speranza per l’epatite C
 
I ricercatori hanno trovato un anticorpo in grado di prevenire l’infezione in un modello di laboratorio PAROLE CHIAVEEpatite C
 
vaccino
 Una collaborazione internazionale che ha visto la partecipazione di ricercatori europei e statunitensi ha annunciato il successo di una sperimentazione di laboratorio che potrebbe preludere allo sviluppo di un vaccino contro l’epatite C.
 
Com’è noto infatti, contro questa patologia non esiste finora, e le cure, una volta iniziata l’infezione, sono molto costose e non sempre efficaci. I pazienti che non rispondono alle terapie possono sviluppare cirrosi epatica, con effetti potenzialmente letali se non si procede a un trapianto di fegato.
 
Secondo quanto annunciato all’annuale convegno della Society for General Microbiology del Regno Unito, in corso a Edimburgo in questi giorni, Alexander Tarr e colleghi dell’Università di Nottingham, in Inghilterra, hanno trovato un anticorpo in grado di prevenire l’infezione in un modello di laboratorio.
“Le possibilità cliniche di questo anticorpo – ha dichiarato Tarr – non devono essere sovrastimate. Vorrei sottolineare tuttavia che storicamente la produzione di vaccini efficaci ha richiesto preventivamente la scoperta di anticorpi, e questo è il caso per l’epatite C. l’identificazione delle regioni del virus che sono in grado di scatenare un’estesa reazione dell’organismo e la produzione di questi anticorpi è da considerare una pietra miliare nello sviluppo di un vaccino contro l’HCV.” (fc)

LE SCIENZE
 
Terapia genica
Staminali corrette contro la distrofia
 
Prima dell'applicazione clinica della nuova metodica saranno però necessari ulteriori studi PAROLE CHIAVEdistrofia
 Un gruppo di ricercatori dell'Università di Milano, in collaborazione con ricercatori dell'Università di Pavia e del Genethon-CNRS francese, ha isolato cellule staminali adulte da pazienti affetti da distrofia muscolare e, dopo averle geneticamente corrette, le ha iniettate in un modello murino della malattia, ottenendo un miglioramento funzionale.
L'esperimento, condotto dal gruppo di ricerca diretto da Yvan Torrente, è descritto sull'ultimo numero della rivista Stem Cells.
 
La distrofia muscolare di Duchenne è una patologia ereditaria causata da una mutazione nel gene che codifica una proteina muscolare chiamata distrofina. La distrofina è una proteina strutturale chiave che concorre a mantenere intatte le cellule muscolari. La distrofia muscolare di Duchenne è caratterizzata da una degenerazione cronica dei muscoli scheletrici che porta a un progressivo indebolimento del muscolo.
 
I ricercatori hanno isolato cellule staminali adulte, identificate attraverso il recettore di superficie CD133, sia da soggetti normali sia da pazienti colpiti da distrofia muscolare di Duchenne, per poi sottoporle a un processo di ingegnerizzazione in modo da correggere il gene che controlla l'espressione della proteina distrofina. Successivamente, hanno iniettato per via endovenosa o endoarteriale le cellule così ingegnerizzate in topi portatori dell'analogo murino della malattia, constatando un significativo miglioramento nella morfologia, nella funzionalità e nell'espressione della distrofina da parte delle nuove cellule muscolari a cui avevano dato origine le cellule staminali.
 
"Questi dati dimostrano che l'ingegnerizzazione di cellule CD133+ derivate dal sangue o da muscoli scheletrici rappresenta un possibile strumento per futuri autotrapianti di cellule staminali nei pazienti affetti da distrofia di Duchenne", spiega Torrente. "L'uso di cellule proprie del paziente può ridurre il rischio di rigetto dell'impianto connesso al trapianto delle cellule che vanno a formare il muscolo normale."
 
I ricercatori avvertono tuttavia che ancora molto lavoro è necessario prima che questa metodica possa trovare una concreta applicazione clinica. (gg)

LE SCIENZE
 
Murino, troppo umano
 
La tecnica potrebbe diventare presto il gold standard non solo per stabilire il grado di tossicità di una sostanza, ma anche per valutare l’efficacia di nuove terapie contro le malattie infettive che colpiscono il fegato I ricercatori della Oregon Health & Science University (OHSU) sono riusciti a capire in che modo sia possibile convertire un topo in una centrale di produzione di cellule epatiche umane utilizzabili per testare in che modo sono metabolizzati i farmaci.
 
La tecnica, descritta in un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Biotechnology”, potrebbe diventare presto il gold standard non solo per stabilire il grado di tossicità di una sostanza, ma anche per valutare l’efficacia di nuove terapie contro le malattie infettive che colpiscono il fegato, come l’epatite C e la malaria.
 
"Ci sono tutte le premesse perché possa diventare presto disponibile, con un notevole impatto sulle procedure di test dei farmaci," ha sottolineato Markus Grompe, docente di genetica della School of Medicine della OHSU e coordinatore della ricerca.
 
Nell’ultimo decennio, gli scienziati hanno studiato in che modo ingegnerizzare e far crescere cellule epatiche umane.
 
I primi risultati risalgono al 2004 e hanno mostrato che la cosa può esser fatta, anche se è molto difficile riuscire a trapiantare cellule umane nel fegato di un topo nonostante gli sforzi di immunosoppressione sull’organismo dell’animale. Il laboratorio di Grompe ora ha messo a punto un metodo per dar vita a ceppi di topi con una grave immunodeficienza che sviluppano malattie epatiche se non ricevono un farmaco chiamato NTBC. La sua somministrazione consente così di avviare o ferma la progressione della malattia.
 
Grazie al trapianto, le cellule umane sane prendono il posto di quelle malate murine, e grazie alla ripopolazione il fegato del topo diviene perfettamente funzionante.
"Alla fine – ha concluso Grompe – si ottiene un topo sano che produce un fattore di coagulazione umano, così come tutte le proteine e la bile umane, insomma tutto.” (fc)

GALILEO
 
Staminali contro la distrofia
 
Attraverso il trapianto di cellule embrionali, i ricercatori sono riusciti a ristabilire parte della funzionalità muscolare in topi con la malattia di Duchenne
 
Attraverso il trapianto di cellulare staminali embrionali, i ricercatori dell'Ut Southwestern Medical Center di Dallas (Texas)  sono riusciti a riprodurre cellule muscolari sane - e, cosa ancora più importante, funzionanti - in topi mdx, le cavie distrofiche usati come modello in laboratorio per la malattia di Duchenne. Si tratta del primo caso in cui questo tipo di tecnica ha avuto successo nel ripristinare, almeno in parte, la funzionalità di muscoli colpiti dalla distrofia, grazie a un procedimento che evita la formazione di tumori, uno dei rischi insiti nell'uso delle staminali embrionali.
 
I topi mdx utilizzati nell'esperimento, descritto su Nature Medicine da Rita Perlingeiro e colleghi, sono privi di distrofine. La mancanza di queste proteine negli esseri umani provoca malattie mortali di tipo progressivo. I ricercatori hanno prima coltivato le cellule staminali embrionali clonate dai topi, le hanno fatte specializzare in cellule muscolari (attraverso l'introduzione di un gene chiamato Pax3, che normalmente agisce nel meccanismo di differenziamento muscolare) e hanno poi selezionato quelle “buone” per essere inserite direttamente nel tessuto delle cavie. Dopo un periodo di osservazione di tre mesi, gli esami hanno certificato la produzione di distrofina.
 
In una seconda sperimentazione, le cellule geneticamente modificate sono state somministrate per via sistemica (e non locale): anche in questo caso le biopsie hanno rivelato l'assenza di tumori, un aumento della distrofina, progressivo nel tempo, dell11-16 per cento, e una maggiore capacità contrattile delle fibre. Nuovi test verificheranno adesso la validità della tecnica su diversi animali distrofici. (l.s.)

 

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