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PANORAMA
Animali troppo focosi? Ci sarà la pillola anche per loro
Posted By roberto.verrastro On 28/2/2008
La pillola per antonomasia, quella contraccettiva, ma destinata questa volta agli animali, è in fase di sperimentazione presso la Texas A&M University, e probabilmente farà discutere non meno di quella già disponibile per gli umani. Al suo sviluppo lavora, con finanziamenti provenienti da privati e dal Dipartimento statunitense dell’Agricoltura, un gruppo di veterinari e farmacologi guidato da Duane Kraemer, esperto di clonazione, che negli ultimi anni ha messo in pratica su quattro diverse specie. La pillola, definita tecnicamente un inibitore della fosfodiesterasi 3, funziona inibendo la maturazione dell’ovulo, non l’intero ciclo, e il suo uso è previsto dapprima per gli animali selvatici che rappresentano un pericolo per gli agricoltori e i ranch texani, come coyote, cervi e cavalli selvatici, per i quali dovrà essere opportunamente occultata in qualche esca. La sfida scientifica, in questo caso, è rappresentata dalla necessità di mettere a punto metodi che impediscano alla pillola di essere un pericolo per specie diverse da quelle prescelte per produrre i suoi effetti. In seguito, con il suo perfezionamento, essa potrebbe diventare una pillola anticoncezionale da somministrare con metodi più onesti ai comuni animali domestici, come cani e gatti, anche se Kraemer avverte che, per quanto riguarda i primi, che presentano un processo di ovulazione molto complesso, ci sarà da attendere più a lungo. Nel caso degli animali domestici, inoltre, la pillola rappresenterebbe forse un rimedio per i circa 7 milioni, tra cani e gatti, su cui ogni anno viene di fatto impiegata l’eutanasia negli Stati Uniti.
LE SCIENZE
Minacce sanitarie
Scimmie vaccinate per Ebola e Marburg
Le scimmie vaccinate sono sopravvissute senza accusare segni clinici o di laboratorio dell’infezione, mentre gli animali del gruppo di controllo sono morti PAROLE CHIAVEEbola
Un vaccino combinato sperimentale realizzato con particelle virali (virus-like particles, VLP) ha dimostrato di poter proteggere le scimmie dall’infezione dei virus di Ebola e di Marburg.
Ad annunciare i risultati sono stati i ricercatori dell’Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (USAMRIID) degli Stati Uniti nel corso dell'annnuale convegno ASM Biodefense and Emerging Diseases Research Meeting, in corso a Baltimora, nel Maryland.
“Le VLP sono tra i candidati più promettenti per proteggere gli esseri umani da questi due virus”, ha spiegato Kelly Warfield, ricercatore dell’USAMRIID che ha presentato lo studio durante la sua relazione. “Il vantaggio consiste nel fatto che potrebbe essere il più sicuro tra i vaccini in sperimentazione.”
Tradizionalmente, i vaccini contro le malattie virali sono realizzati con virus completi, con lo stesso agente virale morto o in uno stato attenuato (come nel caso del vaccino anti-polio) o con un virus geneticamente simile, non in grado di provocare la malattia ma comunque capace di indurre una risposta immunitaria nell’ospite. Con questo tipo di approcci il problema è il rischio, per quanto piccolo, di una riattivazione virale in grado di provocare l'infezione.
“Nel caso del vaccino a VLP non c’è possibilità di infezione, dal momento che non si utilizza l’intero virus”, ha continuato Warfield, sottolineando come presidi di questo tipo siano già in commercio, come nel caso del vaccino contro il papillomavirus umano (HPV).
Per raggiungere il risultato Warfield e colleghi hanno infettato cellule d’insetto con baculovirus che avevano subito una particolare ingegnerizzazione. Le cellule hanno poi prodotto VLP per Marburg o Ebola, a seconda del baculovirus utilizzato. Una volta purificate, le stesse VLP sono poi state mescolate e inoculate nelle scimmie utilizzate nella sperimentazione.
“Tutte le scimmie vaccinate con questo metodo sono sopravvissute senza accusare segni clinici o di laboratorio dell’infezione, mentre gli animali compresi nel gruppo di controllo hanno dovuto soccombere tutti ai virus”, ha concluso Warfield. “Sulla base di questo profilo di sicurezza, immunogenesi e efficacia protettiva, le VLP sono i migliori candidati per essere utilizzati come vaccini a filovirus negli esseri umani.” (fc)
ADNKRONOS
Medicina: studio, svegliare staminali 'silenti' per riattivare udito
El Gouna (Egitto), 28 feb. (Adnkronos Salute) - Riattivare le staminali dell'orecchio interno, già presenti ma 'addormentate', attraverso altre cellule della stessa famiglia, portate dall'esterno grazie a speciali nanomolecole, per recuperare l'udito. Non è fantascienza, ma l'obiettivo di alcune sperimentazioni già in corso in Italia sugli animali, con l'obiettivo di ripristinare le funzioni uditive perdute. Di questi temi si parla in Egitto, al Convegno internazionale 'Il futuro dell'otologia', promosso dal Centro ricerche e studi Amplifon. Un futuro che "parla il linguaggio delle nanotecnologie, della chirurgia robotica, dell'ingegneria genetica e dei più moderni dispositivi impiantabili - spiega in una nota Aziz Belal, preside della Scuola di medicina di Alessandria e presidente del Congresso - Non si tratta di un miraggio, ma di passi concreti che la scienza sta già compiendo".
I disturbi dell'udito sono molto più diffusi di quanto si creda. Ne soffre circa il 12% della popolazione. Solo in Italia si stimano 7 milioni di persone con problemi di udito, soprattutto anziani. Fra le cause, fattori ereditari, ma anche l'età, il rumore (primo motivo di invalidità professionale), le infezioni (scarlattina, rosolia, otiti), farmaci, alcol e fumo. Tra temi al centro dell'incontro, proprio lo studio delle staminali coniugate alle nanotecnologie. "Per il momento siamo ancora all'inizio, ma già sono stati compiuti grandi passi in avanti - sottolinea Alessandro Martini, ordinario di Audiologia della facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università di Ferrara - Studi italiani dell'equipe di Pisa e di Ferrara (attualmente in pubblicazione) dimostrano che, nei topi, staminali iniettate per via endovenosa arrivano nell'orecchio, interagiscono con le cellule presenti, si integrano e sopravvivono. Qualcosa che fino a pochi anni fa sembrava impossibile".
Le nanomolecole con staminali possono essere introdotte nell'orecchio interno grazie a micropompe, oppure a spugne con gel, o anche tramite gli stessi impianti cocleari 'mpodificati'. L'obiettivo dello studio è stimolare le cellule staminali silenti e rigenerare i neuroni, per mezzo dei nuovi impianti cocleari. "Le nanotecnologie impiegate nello screening genetico consentono poi di affinare la diagnosi - prosegue Martini - Con un solo prelievo, grazie a speciali microchip si possono individuare mutazioni di geni 'sotto accusa'. Per il momento - conclude - sono state scoperte alcune decine di mutazioni coinvolte".
SALUTE EUROPA
28/02/2008
Metodi alternativi alla sperimentazione di massa sugli animali degli allergeni
I ricercatori dell'Istituto Fraunhofer di tossicologia e medicina sperimentale stanno esaminando metodi alternativi alla sperimentazione di massa sugli animali degli allergeni che vengono assorbiti per inalazione.
“Anziché somministrare sostanze chimiche agli animali vivi per verificarne il rischio allergenico – spiega Armin Braun, direttore del progetto – utilizziamo campioni di tessuto polmonare”. Il tessuto viene generalmente prelevato da topi e tagliato in parti sottilissime denominate Pcls (precision-cut lung slices).
È su queste parti di tessuto che viene applicata la sostanza chimica da testare. In seguito viene testata e valutata la reazione del tessuto. Osservando al microscopio intere sezioni di tessuto i ricercatori possono vedere le potenziali interazioni fra le cellule e il sistema immunitario, simili a quelle che si verificherebbero durante la risposta immunitaria di un organismo. Anche se il metodo Pcls comporta ancora la morte di animali, questi test in vitro, effettuati in un contenitore di coltura, richiedono l'utilizzo di un numero molto inferiore di animali.
Testando i potenziali allergeni al livello delle cellule polmonari o epiteliali umane, delle cellule dendritiche e delle cellule T, i ricercatori tedeschi sperano di riuscire a prevedere con maggiore precisione il rischio allergenico delle sostanze chimiche. L’auspicio è che questa tecnica possa essere impiegata in futuro dall'industria cosmetica, tessile e farmaceutica, nonché dalle autorità pubbliche responsabili della salute e della sicurezza sul lavoro.
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