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difesa animaliDifendiamoli: Info del 27 marzo 2008  

LA REPUBBLICA

TECNOLOGIA & SCIENZA

Secondo gli scienziati dell'Università di Atlanta sarebbe la differenza
di un fascio nervoso a far sì che i nostri "cugini" si esprimano solo con grida
Ha una parte di cervello differente ecco perché lo scimpanzè non parla

di CRISTINA NADOTTI

LA DIVERSITA' di un fascio nervoso del cervello spiegherebbe perché gli uomini parlano e gli scimpanzé no. Abbiamo il 99% del Dna in comune, riusciamo a comunicare attraverso i gesti, ma mentre noi umani usiamo il linguaggio parlato, gli scimpanzé emettono solo grida e grugniti. Grazie a una nuova tecnica diagnostica, i ricercatori dello Yerkes National Primate Research Center, parte dell'Università Emory di Atlanta, hanno scoperto che nel cervello umano il fascicolo arcuato è diverso da quello del cervello degli scimpanzé, una differenza in grado di spiegare perché agli scimpanzé manca la parola.

Fascio di collegamento. Il fascicolo arcuato è un fascio di fibre nervose che connette due aree del cervello fondamentali per il linguaggio, l'area di Broca e l'area di Wernicke. La prima si trova nel lobo frontale della corteccia cerebrale e ha un ruolo importante nell'articolazione motoria delle parole. L'area di Wernicke si trova nel lobo temporale della corteccia cerebrale e contiene le memorie uditive necessarie per la comprensione del linguaggio ascoltato. I ricercatori hanno ora scoperto che nell'uomo il fascicolo arcuato è più sviluppato e collega le due aree con una traiettoria più ampia, tanto che si proietta anche al di fuori dell'area di Wernicke. "Nel cervello umano non solo si sono sviluppate regioni più ampie che presiedono al linguaggio - ha spiegato James Rilling, coordinatore del progetto di ricerca - ma anche una rete di fasci nervosi adatta a collegarle meglio tra di loro". La proiezione fuori dall'area di Wernicke del fascicolo arcuato servirebbe infatti a raggiungere una zona che è coinvolta nell'analisi del significato delle parole.

Nuove tecniche. La tecnica della DTI, cioè diffusion tension imaging è un'evoluzione della risonanza magnetica, particolarmente efficace proprio nel produrre immagini dettagliate della ricostruzione dell'orientamento delle fibre nervose. La tecnica è non invasiva e questo ha consentito ai ricercatori di poter mettere a confronto numerose immagini del cervello di esseri umani e di scimpanzé e macachi (Rhesus machacus). "La DTI ha reso possibile capire in che modo l'evoluzione ha mutato la struttura del cervello umano per renderci in grado di pensare, parlare e agire in modo diverso da altri animali, che pure sono così simili a noi", ha commentato Todd Preuss, uno dei coautori dello studio, uscito su Nature Nuroscience.
Simili, ma non uguali. Lo Yerkes National Primate Research Center da oltre 70 anni si occupa di studi comparativi tra umani e primati. L'anatomia del cervello e del sistema nervoso centrale degli scimpanzé sono notevolmente simili al nostro, ma una delle differenze sostanziali tra umani e primati è che questi ultimi non hanno un linguaggio parlato. Agli scimpanzé che vivono in cattività può essere insegnato il linguaggio dei segni e alcuni individui sono riusciti a imparare oltre 300 segni. Gli scimpanzé si sono inoltre dimostrati abili nel calcolo e sono state accertate capacità di ragionamento, astrazione, generalizzazione, rappresentazione simbolica. Gli scimpanzé mostrano inoltre di provare emozioni e hanno consapevolezza di sé. Esistono forti somiglianze tra il linguaggio non verbale degli uomini e degli scimpanzé: anche loro baciano, abbracciano si toccano le mani, fanno il solletico e usano numerosi oggetti con scopi diversi. Negli uomini e negli scimpanzé questi gesti compaiono nello stesso contesto, e vogliono quindi comunicare lo stesso concetto. Ma per ora gli scimpanzé non riescono a comunicare tutte queste cose anche con le parole.
(26 marzo 2008)


LA STAMPA NEWS
27/3/2008
 
Nel cervello un sesto senso che rileva le calorie

ROMA
Le maniache della taglia 40 lo sospettavano da tempo. A renderle capaci di indovinare le calorie di una fetta di torta al primo sguardo, è una sorta di sesto senso rileva-calorie. Ma oggi gli scienziati della Duke University (Durham, Usa) assicurano che questo sesto senso è nel cervello e funziona davvero, indipendentemente dal gusto del cibo.

A individuarlo è un gruppo di ricercatori diretto da Ivan de Araujo, che sulla rivista Neuron spiega come il sesto senso si celi nel cervello e sia capace di rilevare le calorie di un cibo, indipendentemente dal sapore. Grazie a uno studio sui topi, i ricercatori sono riusciti anche a scoprire che il meccanismo di premio-ricompensa attivo nel cervello è acceso proprio dal sesto senso rileva-calorie. Un meccanismo che potrebbe, dunque, avere anche delle implicazioni nella comprensione delle cause dell’obesità.

I ricercatori chiamano in causa lo sciroppo di mais: ricco di fruttosio e usato a piene mani negli Stati Uniti per addolcire i cibi, potrebbe contribuire all’epidemia di chili di troppo proprio perchè "ingannà il cervello". Nei loro esperimenti gli scienziati hanno creato topolini geneticamente modificati e resi insensibili al richiamo dei dolci. In pratica, gli animali sono stati privati di un componente chiave delle cellule del gusto, e resi "ciechi ai cibi dolci". Dopodichè i ricercatori hanno sottoposto questi animaletti ad appositi test per confrontare il loro comportamento con quello di topi normali, messi di fronte a tazzine con soluzioni zuccherine (saccarosio) e ad altre a base di un dolcificante non calorico (sucralosio, con un potere dolcificante 600 volte superiore al saccarosio).

In questi test i topini "insensibili" hanno mostrato una spiccata preferenza per l'acqua con saccarosio, una predilezione che non dipendeva dal gusto ma solo dal contenuto calorico. A dare piacere insomma non è tanto il sapore di cibo, quanto la sua carica calorica. Analizzando il cervello degli animaletti 'insensibili ai dolcì, infatti, i ricercatori hanno scoperto che il circuito di premio-ricompensa veniva attivato dall'assunzione di calorie, indipendentemente dalla capacità degli animali di rilevare il gusto dolce.

E i livelli della dopamina, noto "ormone del benessere", aumentavano proprio in base all'assunzione di calorie, non al sapore dei cibi ingurgitati. Inoltre i ricercatori hanno scoperto negli animaletti una spiccata preferenza per il saccarosio (meno dolce ma più calorico) che si sviluppava in tempo record, appena dieci minuti dall'inizio del pasto.

«Insomma, abbiamo visto che il sistema di "premio", in precedenza associato con l'assaggio e l'assegnazione di un "valore" ai cibi, risponde al contenuto calorico. Come è accaduto con il saccarosio, anche in assenza del recettore del gusto dolce», concludono i ricercatori. Insomma, il cervello non codifica solo l'impatto edonistico di un alimento, ma lavora tenendo conto anche di altre informazioni, come ad esempio segnali gastrointestinali e metabolici.

La scoperta di questo sistema rileva-calorie «è estremamente importante per comprendere la patogenesi e la sociologia dell'obesità nell'uomo», affermano i ricercatori Zane Andrews e Tamas Horvath in un commento allo studio, pubblicato sempre su Neuron.

«Ad esempio, lo sciroppo di mais molto ricco di fruttosio è un dolcificante molto usato negli Usa», scrivono. Il fruttosio potrebbe provocare una maggiore attivazione del sistema di ricompensa, proprio a causa del contenuto calorico dello sciroppo di mais. «Dunque eliminandolo - ipotizzano - si potrebbe ridurre il desiderio di questi cibi». E contrastare l'obesità.
 

 

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