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LE SCIENZE
Biologia
Una ricerca del Salk Institute
Svelati i meccanismi della 'fame' cellulare
Uno studio suggerisce la possibilità di un collegamento fra alterazioni dei meccanismi di risparmio energetico cellulare, diabete e cancro Quando c'è scarsità di cibo, mammiferi, anfibi, moscerini della frutta, attivano tutti gli stessi meccanismi di segnalazione cellulare che consentono alle cellule di mettersi in una "modalità di risparmio energetico" in attesa di tempi migliori. La scoperta è stata fatta da ricercatori del Salk Institute for Biological Studies, che illustrano la loro ricerca sull'ultimo numero della rivista Molecular Cell.
Reuben Shaw e colleghi hanno osservato che quando una coltura cellulare è tenuta in uno stato di scarsità di nutrienti, entra in azione un enzima, chiamato AMPK, che lega gruppi fosfato a una proteina dal suggestivo nome di raptor; questa ha un ruolo essenziale per il funzionamento di un'altra proteina, mTOR che stimola la crescita cellulare. In tal modo mTOR è disattivata, si ferma la divisione cellulare e la cellula consuma molta meno energia. Se questa via metabolica non funziona, la cellula continua invece a riprodursi, per poi precipitare in uno stato di carenza energetica e morire.
La struttura di raptor è inoltre fortemente conservata in tutti gli animali studiati dai ricercatori, cosa che indica, osservano, come la natura sia riluttante ad alterare le strategie che hanno a che fare con i bisogni più basilari degli organismi: "Semplicemente, la più rudimentale informazione di cui ha bisogno qualsiasi cellula è sapere se ci sono alimenti lì intorno, e questo è ciò che sente AMPK."
Lo studio tuttavia non rivela solo che le strategie di sopravvivenza sono comuni sia agli organismi più semplici che a quelli più complessi, ma suggerisce anche la possibilità di un collegamento fra diabete e cancro. I ricercatori hanno infatti scoperto che in questa via metabolica ha un ruolo di primo piano anche un fattore di soppressione tumorale, la proteina LKB1. L'assenza di LKB1 è correlata alla formazione di tumori benigni, gli amartomi, ma anche di alcuni tipi di cancro del polmone e del colon che partecipano all'attivazione di AMPK. "In effetti abbiamo mostrato che LKB1 attiva AMPK."
L'attivazione di AMPK è peraltro il meccanismo di azione con cui agisce la metformina, un farmaco ipoglicemizzante: questo circuito potrebbe spiegare almeno in parte l'aumento di rischio di cancro che si osserva nei pazienti con diabete di tipo 2". Le domande a cui ora i ricercatori si sono impegnati a cercare di rispondere è: mutazioni in componenti della via metabolica LKB1/AMPK possono essere sottostanti a entrambe le patologie? Farmaci che combattano efficacemente il diabete potrebbero anche contrastare alcuni tipi di cancro? (gg)
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AGI
A SEUL CLONAZIONE: IL CANE SNUPPY STA PER DIVENTARE PADRE
(AGI) - Seul - Il primo cane clonato sta per diventare padre della prima cucciolata tra canini riprodotti. Lo hanno annunciato il gruppo di ricercatori dell'Universita' nazionale di Seul. Snuppy, un levriero afghano, ha ingravidato con l'inseminazione artificiale due cagne clonate della sua stessa razza. Le ecografie hanno rilevato che i feti sono tutti sani e il parto, se tutto procedera' per il meglio, e' previsto tra il 16 e il 20 marzo. "La seconda generazione di animali clonati ha sempre presentato malformazioni. Ma finora su questi feti non abbiamo rilevato alcuna anomalia", ha detto il professor Lee Byung-Chun, in un'intervista a diversi giornali sudcoreani, che ha sollevato, tuttavia, polemiche nel mondo accademico.
"E' una violazione dei regolamenti dell'istituto, che vietano la diffusione di risultati di esperimenti prima che siano completate tutte le verifiche accademiche", ha affermato Kook Yang, capo del dipartimento ricerche dell'Universita', il quale ha anunciato provvedimenti disciplinari. Una linea cosi' rigorosa e' stata imposta a seguito dello scandalo della falsa ricerca sulle staminali, di cui fu protagonista lo scienziato Hwang Woo-Suk che da eroe nazionale e' oggi imputato in un processo. (AGI)
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MOLECULARLAB
Scoperto gene che rallenta la crescita dei tumori
Arriva dagli USA la scoperta del gene Brd4 che, quando presente, rallenta la crescita della massa tumorale fino a 10 volte rispetto al normale sviluppo
E' stata scoperta da un gruppo di scienziati americani una tecnica in grado di rallentare lo sviluppo dei tumori fino a dieci volte rispetto al normale decorso. Alla base di questa tecnica vi è la scoperta del gene Brd4 che, quando presente, rallenta la crescita della massa tumorale. La funzione di questo gene è stata verificata dal team statunitense, in topi utilizzati come cavie: nei topi che avevano il gene la velocità dello sviluppo del tumore era dieci volte inferiore rispetto ai topi che ne erano privi. Questa importante scoperta, che arriva dall'Us National Cancer Institute, potrebbe donare una nuova speranza ai malati oncologici dando loro molto tempo prezioso.
Gli scienziati sono convinti che, se si riuscisse a sollecitare la crescita del gene Brd4 nel corpo umano, i tumori rallenterebbero la loro crescita.
Per ora, lo studio ha riguardato il cancro al seno ma potrebbe allargarsi ad altri tipi di tumori.
La prima fase di sperimentazione è stata svolta su alcuni topi con tumori al seno: i ricercatori hanno inserito alcune copie del gene Brd4 nei tumori e hanno osservato che 28 giorni dopo, la dimensione del loro cancro era limitata ad un decimo rispetto a quelli senza il gene.
La seconda fase si è svolta invece sull'uomo: il team ha coinvolto 1.240 pazienti divisi in cinque gruppi e i risultato sono stati molto positivi. I pazienti con il gene Brd4 hanno dimostrato un tasso di sopravvivenza molto più alto del quello del gruppo di controllo senza gene, in alcuni casi addirittura doppio. Kent Hunter, autore della relazione, ha sottolineato che “potenzialmente questo trattamento potrebbe contribuire a controllare lo sviluppo di un cancro. Per ora questo obbiettivo rimane lontano, ma potrebbe consentire almeno, nell'immediato futuro, di prevedere il decorso della malattia”.
Il dr. Julie Sharp, del Cancer Research britannico, ha smorzato gli entusiasmi per questa scoperta sostenendo che è troppo presto per sapere se sarà possibile mettere a punto un trattamento sull'uomo. “Lo studio suggerisce che questo gene potrebbe avere un ruolo almeno nel prevedere le possibilità di sopravvivenza dei pazienti, ma è necessario continuare il lavoro prima che gli scienziati siano davvero in grado di prevedere in modo attendibile il comportamento di un cancro al seno o di altri tumori”.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences”.
Redazione MolecularLab.it (23/04/2008)
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MOLECULARLAB
Le cellule staminali adulte vengono in soccorso
Ricercatori finanziati dall'UE hanno dimostrato per la prima volta la presenza di cellule staminali neurali nel midollo spinale di un uomo adulto. La scoperta, pubblicata nel Journal of Neuroscience Research, dovrebbe avere delle implicazioni per il modo in cui vengono curate le malattie degenerative del neurone motore e le lesioni spinali.
Il midollo spinale, racchiuso e protetto dalla colonna vertebrale costituita da ossa, è un lungo e sottile fascio di nervi, un'estensione del sistema nervoso centrale che parte dal cervello. I nervi spinali trasportano informazioni sotto forma di impulsi nervosi su ciò che succede all'esterno e all'interno del corpo, da e verso il cervello.
Se il midollo spinale viene danneggiato in un incidente, le sezioni al di sotto della lesione vengono escluse dal circuito di informazioni da e verso il cervello. Questo significa che tutti i nervi e anche tutte le parti del corpo collegati a queste aree del midollo spinale vengono anch'essi disconnessi dal cervello e smettono di funzionare.
Si stima che in Europa siano quasi 330.000 le persone con lesioni al midollo spinale e ogni anno si aggiungono 10.000 nuovi casi. Gli individui più colpiti da queste lesioni sono i giovani tra i 25 e i 30 anni.
Le lesioni del midollo spinale, che portano alla paralisi permanente e a una vita da disabile, sono state a lungo considerate come irreversibili.
Ciò è dovuto in larga parte alla presunta incapacità del sistema nervoso centrale (SNC) di rigenerarsi.
Con un finanziamento nell'ambito del progetto RESCUE (Research Endeavor for Spinal Cord in United Europe) finanziato dall'UE, i ricercatori dell'Istituto Nazionale Francese per la Sanità e la Ricerca Medica (INSERM) hanno studiato varie strategie terapeutiche per le lesioni spinali. Si è prestata grande attenzione alla possibilità di usare cellule staminali adulte per curare le lesioni spinali.
Fino ad oggi, le cellule staminali adulte erano state scartate come possibile risposta terapeutica alle lesioni spinali. Questo perché le cellule staminali adulte nei tessuti, a differenza delle cellule staminali embrionali, non possono generalmente produrre un tipo di tessuto diverso dal proprio. Inoltre, anche se la presenza di cellule staminali neurali nel cervello e nel midollo spinale di roditori adulti era stata dimostrata diversi anni fa, in precedenza non era stato possibile, in base alle tecnologie del tempo, rilevare queste cellule nel midollo spinale umano.
Ecco dove la squadra INSERM è venuta in soccorso. Utilizzando un microscopio elettronico e l'espressione di marcatori di cellule neurali progenitrici, i ricercatori sono stati in grado di mostrare la presenza di cellule staminali neurali adulte in un midollo spinale umano.
Quindi, coltivando queste cellule in provetta, i ricercatori sono riusciti a dimostrare come esse potevano essere differenziate non soltanto in neuroni, ma anche in cellule gliali, che sono le cellule che forniscono supporto e nutrizione e che partecipano alla trasmissione del segnale nel sistema nervoso.
Le implicazioni delle scoperte del progetto sono vastissime. Ci si aspetta che queste cellule possano essere utilizzate per rigenerare neuroni e cellule gliali perdute a causa di lesioni spinali o di patologie neurodegenerative, come la sclerosi laterale amiotrofica (SLA).
"L'interesse terapeutico delle cosiddette cellule staminali adulte è ora generalmente riconosciuto dalla comunità scientifica. Anche se la strada è ancora lunga, questo lavoro costituisce un passo in avanti importante per tutte quelle patologie che colpiscono i neuroni motori e per le quali oggi non esiste una cura," ha detto Alain Privat, direttore della ricerca all'INSERM.
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MOLECULARLAB
Cellule staminali per riparare cuore infartuato, per la prima volta sull'uomo
Un'equipe medica di Miami ha inserito cellule staminali nel cuore di un uomo colpito da infarto, allo scopo di rafforzarlo. E' il primo caso al mondo e potrebbe essere un passo rivoluzionario per evitare il trapianto. L'intervento, che e' stato preceduto da cinque anni di studi sugli animali, e' stato realizza all'ospedale Jackson Memorial di Miami su un cittadino cubano di 56 anni, il quale -insieme a un gruppo di altri 44 pazienti- sara' sottoposto nei prossimi mesi a una serie di controlli per verificare la situazione del cuore. "Si tratta del primo tentativo di riparare il tessuto danneggiato nel cuore di un paziente con cellule staminali estratte da cellule ossee della stessa persona", ha spiegato il cardiologo Joshua M. Hare,direttore della Divisione Cardiovascolare dell'Universita' di Miami (UM). "Siamo molto, molto ottimisti", ha aggiunto Hare. Se la cosa dovesse funzionare, risolverebbe un grave problema di sanita' pubblica in tutto il mondo giacche', a causa dell'infarto, milioni di persone hanno i tessuti cardiaci danneggiati.
I test e gli esami previsti sui 45 pazienti -ai quali, a gruppi di 15, verranno iniettate cellule staminali in quantita' maggiori, minori o placebo- daranno risultati conclusivi a meta' del 2009. "Il successo permetterebbe immediatamente d'evitare il trapianto di cuore, un organo che e' disponibile solo per il 5% dei pazienti che ne avrebbero bisogno", ha aggiunto Hare.
Dopo essere estratte dalla persona, per circa sei settimane si lasciano crescere in una quantita' variabile tra i 20 milioni e i 200 milioni di cellule e "le si inietta nelle zone del cuore di quello stesso paziente, dove esiste un'area che e' stata sostituita da cicatrice per un infarto o un attacco cardiaco precedente". Il progetto di ricerca e clinico e' sostenuto finanziariamente e scientificamente dall'Istituto Nazionale di Sanita' Usa, hanno spiegato i medici.
Juan Zambrano, cardiologo ecuadoriano e professore di cardiologia interventiva all'UM, ha partecipato anche lui all'operazione e non ha nascosto la sua fiducia. "Siamo ottimisti che funzionera'. Abbiamo visto come si sviluppa questo processo in animali aventi un sistema molto simile a quello umano. Le cellule staminali si integrano ad altre cellule del cuore e possiamo seguirle e identificarle per vedere come funzionano". Ha spiegato che le cellule iniettate in un cuore infartuato sono "cellule staminali mesenchimatose, che si ottengono dal midollo osseo, dello stesso luogo (l'anca) da cui si preleva il tessuto per diagnosticare malattie del sangue o per studiare pazienti che potrebbero essere candidati a trapianto di midollo osseo".
Fonte: Aduc (23/04/2008)
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MOLECULARLAB
Staminali cordonali contro broncodisplasia
Riparare con un particolare tipo di cellule staminali i polmoni dei bambini malati di broncodisplasia, una grave malattia respiratoria che puo' avere conseguenze cosi' gravi da portare ad invalidita' o addirittura alla morte nei primi anni di vita. E' la speranza di alcuni ricercatori del Policlinico Ospedale Maggiore di Milano, e che ha gia' dato i primi risultati incoraggianti sui modelli animali della malattia. La broncodisplasia, spiegano gli esperti, e' una patologia che colpisce soprattutto i bambini nati prematuri, e i suoi sintomi sono il respiro frequente e difficile, i sibili e dei rumori caratteristici all'auscultazione del torace. La sua incidenza e' compresa tra il 4,2% e il 40% dei neonati sottoposti a ventilazione meccanica (a cui si ricorre quando i bambini prematuri hanno bisogno dell'aiuto delle macchine per poter respirare) ed e' inversamente proporzionale al peso alla nascita e all'eta' gestazionale. L'idea di usare le staminali per limitare i danni della malattia e' nata dalla collaborazione, al Policlinico, tra il reparto di neonatologia e terapia intensiva neonatale diretto da Fabio Mosca, e dalla Cell Factory del centro trasfusionale diretta da Paolo Rebulla.
Gli scienziati, in particolare, hanno ricavato un particolare tipo di cellule staminali (chiamate totipotenti autologhe) dai vasi sanguigni del cordone ombelicale di neonati prematuri, procedura che non solleva alcun problema etico perche' non ha a che fare con feti o embrioni. 'La potenzialita' di queste cellule, che sono precursori nella rigenerazione dei tessuti, per la messa a punto di una terapia cellulare della broncodisplasia - spiegano i ricercatori - e' stata da noi valutata in una prima fase con studi in provetta, che hanno dimostrato come queste cellule prelevate dopo la nascita siano in grado di trasformarsi in cellule polmonari con, quindi, un potenziale riparativo'. La fase attuale della ricerca, naturale conseguenza degli esperimenti in provetta, consiste nell'iniettare le cellule staminali prelevate dal cordone ombelicale nella trachea di un animale da laboratorio, che rappresenti il modello umano della broncodisplasia. I risultati di questa sperimentazione 'sono incoraggianti e lasciano intravedere la possibilita' di prevenire e curare la broncodisplasia del neonato pretermine. Dopo il completamento dello studio sul modello animale, si ritiene che i risultati possano essere trasferiti nell'uomo, con la disponibilita' di cellule staminali di questo tipo ottenute da cordone ombelicale da poter somministrare ai neonati prematuri ad alto rischio, al fine di prevenire e curare il danno polmonare con conseguente miglioramento in termini di sopravvivenza e qualita' di vita'.
Fonte: Aduc (23/04/2008)
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XAGENA
Sei casi fatali dopo trattamento con Alemtuzumab nei pazienti con leucemia linfocitica cronica a cellule B
Bayer Schering Pharma e Genzyme Europe hanno informato gli HealthCare Professional riguardo a 6 morti correlate ad infezione, che si sono presentate nello studio CALGB10101 in cui i pazienti con leucemia linfocitica cronica a cellule B, sintomatica, naive al trattamento, sono stati trattati con Fludarabina ( Fludara ) e Rituximab ( Rituxan, Mabthera ), seguiti da Alemtuzumab ( MabCampath ) per il consolidamento della remissione.
MabCampath è approvato nei pazienti con leucemia linfocitica cronica a cellule B, per la quale la chemioterapia di combinazione con Fludarabina non è approvata.
Sia la Fludarabina che Rituximab ed Alemtuzumab presentano effetti immunosoppressori, ed è possibile che le complicanze infettive ad esito fatale, che si sono presentate in questo studio clinico siano il risultato di un prolungato periodo di immunosoppressione senza un sufficiente tempo di recupero. ( Xagena2008 )
Fonte: MHRA, 2008
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XAGENA
Possibile associazione tra Singulair e cambiamenti dell’umore e del comportamento, suicidabilità e suicidio
L’FDA ( Food and Drug Administration ) sta valutando l’esistenza di una possibile associazione tra l’uso di Singulair ( Montelukast ) ed i cambiamenti del comportamento / umore, suicidalità ( ideazione e comportamento suicidario ) e suicidio.
Montelukast è un antagonista del recettore del leucotriene.
Singulair trova indicazione nel trattamento dell’asma e dei sintomi di rinite allergica ( starnuti, naso chiuso, naso gocciolante, prurito al naso) e nella prevenzione dell’asma indotta dallo sforzo.
In passato, Merck & Co ha aggiornato la scheda tecnica di Singulair, inserendo i seguenti eventi avversi osservati nel periodo post-marketing: tremore ( marzo 2007 ), depressione ( aprile 2007), suicidabilità ( ottobre 2007 ) ed ansia ( febbraio 2008 ).
Merck & Co sta collaborando con l’FDA per definire la possibile relazione tra l’impiego di Singulair ed i cambiamenti del comportamento e dell’umore.
L’FDA ritiene che Singulair sia un farmaco efficace, pertanto ha invitato i pazienti a non interrompere l’assunzione di Singulair senza aver prima parlato con il proprio medico. ( Xagena2008 )
Fonte: FDA, 2008
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XAGENA
Regranex associato ad una maggiore incidenza di tumore nei pazienti con diabete
L’FDA ( Food and Drug Administration ) è venuta a conoscenza delle conclusioni di uno studio che è stato eseguito per esaminare la possibilità di un aumentato rischio di tumore nei pazienti con diabete mellito che fanno uso di Regranex ( un farmaco topico il cui principio attivo è la Becaplermina ) direttamente sulle ulcere del piede e della gamba.
Lo studio ha utilizzato i dati di un Health Insurance Plan dei pazienti con diabete di età uguale o superiore ai 19 anni, con nessuna storia di tumore.
Attualmente l’FDA ritiene che ci sia una certa incidenza di aumentato rischio di mortalità per cancro nei pazienti ripetutamente trattati con Regranex.
Poiché la non-guarigione delle ulcere diabetiche del piede e della gamba è associata a rischi, il rapporto rischio-beneficio di Regranex dovrebbe essere attentamente valutato.
Regranex è una forma ricombinatne di PDGF ( Platelet-Derived Growth Factor ) umano.
I fattori di crescita causano una più rapida divisione cellulare.
Regranex fu approvato dall’FDA alla fine del 1997; la società produttrice, Janssen-Cilag International ( Johnson & Johnson ), ha continuato a compiere studi di monitoraggio.
In uno studio sulla sicurezza nel lungo periodo, completato nel 2001, sono stati riscontrati più tumori tra i pazienti trattati con Regranex che in quelli che non hanno ricevuto il farmaco.
Dopo questo studio, è stato effettuato un ulteriore studio, impiegando un database di un’assicurazione sanitaria, riferentesi al periodo 1993-2003.
I risultati di questo studio hanno mostrato che le morti da tumore erano più alte nei pazienti con 3 o più prescrizioni di trattamento con Regranex, rispetto ai soggetti non trattati con il farmaco.
Non è stato individuato un particolare tipo di tumore. ( Xagena2008 )
Fonte: FDA, 2008
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XAGENA
Scetticismo dei medici sul vaccino contro il papillomavirus Gardasil
Il Financial Times ha pubblicato un’indagine, compiuta da Pharmawire, sul vaccino anti-papillomavirus Gardasil.
Dall’analisi è emerso che esiste scetticismo presso i medici sulla vaccinazione di massa contro il papillomavirus ( HPV ).
Il dubbio riguarda la sicurezza e l’efficacia nel lungo periodo del vaccino.
Gardasil potrebbe anche essere associato a casi fatali ( n=11 ) e a gravi eventi avversi, seppur rari, come sindrome di Guillain-Barre, paralisi di Bell e crisi convulsive.
Il vaccino sembra anche essere associato a formazione di trombi e a problemi cardiaci.
Inoltre, 18 donne in gravidanza su 42, che hanno ricevuto il vaccino, sono incorse in complicanze, da anormalità fetale ad aborto.
Secondo Merck & Co, le morti e gli eventi avversi sarebbero solamente correlati temporalmente alla vaccinazione.
In Europa, 2 ragazze sono morte dopo che erano state vaccinate con Gardasil.
Merck & Co ritiene che l’infezione da papillomavirus rappresenti un evento epidemico, ma questa tesi non è condivisa da molti.
Secondo Abby Lippman, un’epidemiologa della McGill University, l’infezione da papillomavirus non rappresenta un’emergenza.
Il vaccino è poco studiato e non si conoscono né i benefici né le possibili reazioni avverse.
Si teme, e non è un timore infondato, che il vaccino Gardasil, che protegge solo contro quattro ceppi di HPV ( 6,11,16,18 ), possa modificare la storia della malattia.
Infatti esistono 100 sierotipi di papillomavirus, e l’inibizione di alcuni potrebbe provocare l’emergere di altri ceppi oncogenici.
I medici si sono dimostrati anche cauti sull’efficacia di Gardasil.
La riduzione dell’incidenza di tumore della cervice non è dimostrata, e non è corretto asserire che il vaccino previene il tumore della cervice, bensì previene la neoplasia intraepiteliale cervicale, ma l’efficacia sarebbe significativa solo per le lesioni CIN II, che in realtà tendono, in un’ampia percentuale, ad autorisolversi o sono facilmente trattabili. ( Xagena2008 )
Fonte: Financial Times, 2008
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GALILEO
25 Aprile 08Medicina e biotech | NEUROSCIENZEDi nuovo connessi. Con il Prozac
L'antidepressivo è in grado di ripristinare, nei topi, la capacità della corteccia visiva di modificarsi e creare nuove sinapsi. Lo dimostra uno studio italiano
di Tiziana Moriconi
Essere giovani significa rispondere velocemente agli stimoli e sapersi adattare alle nuove condizioni. Per le cellule del nostro cervello non è diverso, ma la capacità di modificarsi e creare nuove connessioni diminuisce durante la crescita. E una volta persa questa plasticità non è più possibile ripristinarla. O forse sì.
Un nuovo studio, guidato da Lamberto Maffei, direttore dell'Istituto di neuroscienze del Cnr di Pisa e docente di Neurobiologia alla Scuola Normale, ha fornito infatti le prime evidenze sperimentali su un modello animale della possibilità di “ringiovanire” l'area visiva della corteccia cerebrale grazie alla fluoxetina, ovvero il Prozac, un farmaco antidepressivo molto comune.
L'ipotesi che gli antidepressivi stimolino la generazione di nuove cellule e il loro inserimento in circuiti neuronali era stata avanza da diverso tempo. La ricerca, condotta in collaborazione con l'Università di Helsinki (Finlandia) e apparsa il 17 aprile su Science, ha però mostrato per la prima volta che un'azione terapeutica del Prozac è proprio il ripristino della plasticità neuronale, almeno in alcune aree cerebrali.
I ricercatori hanno verificato l'ipotesi su topi con ambliopia, o sindrome da occhio pigro, un comune disturbo della vista che si verifica durante il periodo post-natale se uno dei due occhi è per qualche motivo più debole dell'altro. In questo caso, infatti, le connessioni nervose dell'occhio più forte “prevaricano” quelle dell'altro. Il recupero delle funzioni visive può avvenire solo in un periodo precoce dello sviluppo, quando il sistema nervoso è altamente sensibile alle pressioni sensoriali. Questa situazione può essere modificata per esempio coprendo l'occhio migliore in modo che il bambino sia costretto a sforzare l'altro, ma una volta che le connessioni si sono instaurate rimangono fisse e dopo i nove anni di età le sinapsi dell'area visiva non sono più modificabili.
Il gruppo di Maffei ha somministrato per quattro settimane la fluoxetina a topi adulti resi ambliopi durante il primo periodo di vita, e ha osservato che dosi equivalenti a quelle indicate per gli esseri umani riaprono il periodo di plasticità. I topi, cioè, possono recuperare l'abilità visiva nell'occhio debole se questo viene opportunamente stimolato, e i test mostrano cambiamenti nell'espressione delle proteine e i segnali elettrici tipici di un cervello giovane.
Secondo i neuroscienziati, quanto osservato può essere dovuto all'azione dell'antidepressivo su due fattori neuronali. Il Prozac infatti riduce i livelli del neurotrasmettitore Gaba (acido gamma-ammino butirrico), necessario al corretto funzionamento dei centri nervosi, ma che probabilmente causa la perdita di plasticità durante la crescita. Allo stesso tempo, il farmaco stimola il Bdnf (Brain derived neurotrophic factor), una neurotrofina che promuoverebbe in modo diretto i cambiamenti strutturali e funzionali dei circuiti necessari alle funzioni visive.
È allora possibile che anche altre aree del cervello rispondano in questo modo? “Questa è una delle affascinanti prospettive che apre lo studio”, risponde José Fernando Maya Vetencourt ricercatore della Scuola Normale di Pisa che ha preso parte al progetto: “Non possiamo dirlo, perché non lo abbiamo mai verificato, possiamo solo dire che c'è un'alta probabilità”.
Ma bisogna essere molto cauti, sottolinea il neuroscienziato: “Il sistema nervoso dei topi è molto meno complesso di quello umano. Prima di poter dire che il prozac provoca lo stesso effetto nel nostro cervello saranno necessari molti anni e molta ricerca clinica, anche perché, negli adolescenti, l'antidepressivo può aumentare significativamente lo stato d'ansia”.
Per ora i ricercatori stanno pianificando gli esperimenti che potranno rispondere ad alcune delle domande che questi primi risultati pongono, tra cui quelle che riguardano un possibile effetto della fluoxetina su sindrome di Down e Alzheimer.
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GALIELO
23 Aprile 08
Neuroni multimedia
In queste scimmie l'80 per cento delle cellule della corteccia auditiva è multisensoriale e risponde anche agli stimoli visivi. Così le informazioni vengono integrate
È noto da tempo che le scimmie sono in grado di integrare informazioni di diverso tipo per riconoscere i compagni di gruppo e le loro intenzioni, proprio come noi e come molti altri altri animali. Ciò che non sapevamo, fino ad oggi, era in che modo le nostre “cugine” potessero associare versi e facce, ottimizzando, così, il processo di riconoscimento individuale. L’esperimento che contribuisce a chiarirlo è stato pubblicato su Journal of Neuroscience ed è stato condotto da Aif Ghazanfar e collaboratori dell’Università di Princeton (Usa) su una specie di macaco. I ricercatori hanno scoperto che, in queste scimmie, molti neuroni sono in realtà multisensoriali e rispondono in modo diverso a seconda che gli stimoli auditivi e visivi siano contemporanei o meno.
Per le scimmie, che convivono all’interno di gruppi sociali e devono gestire complesse relazioni - conflittuali e amichevoli - è di cruciale importanza saper coniugare stimoli uditivi (che portano un’informazione di tipo sonoro, come una vocalizzazione di minaccia) e visivi (che forniscono un’informazione di sintesi, come il colore della peliccia o i lineamenti facciali).
Il gruppo di Ghazanfar è riuscito a far luce sul meccanismo di integrazione dei diversi stimoli misurando l’attività della corteccia visiva e uditiva, le aree del cervello deputate, rispettivamente, all’elaborazione delle immagini e dei suoni. Le misurazioni sono state effettuate in diverse condizioni: in un caso gli animali potevano sia vedere i compagni di gruppo che ascoltare le loro vocalizzazioni, mentre negli altri casi gli animali potevano alternativamente ascoltare le vocalizzazioni (solo componente uditiva) o vedere i compagni (solo componente visiva).
I ricercatori hanno così osservato che circa l’80 per cento dei neuroni nella corteccia uditiva che risponde alle vocalizzazioni è, in realtà, di tipo multisensoriale, cioè in grado di recepire anche stimoli di tipo visivo. Inoltre, se le scimmie ricevono entrambi i tipi di informazione, le attività delle due aree cerebrali risultano meno sfasate, cioè più “in sintonia” tra loro. Non solo: i neuroni che normalmente rispondono a molteplici stimoli auditivi diventano invece selettivi e rispondono a un solo tipo di vocalizzazione se è presente contemporaneamente anche il messaggio visivo. La vista, cioè, aumenta la selettività dei neuroni auditivi.
La ricerca aggiunge un tassello allo studio delle potenzialità della corteccia cerebrale e dell'evoluzione delle funzionalità neuronale nei nostri parenti più prossimi. (i.n.)
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GALILEO
21/04/2008
Diuretici, un effetto collaterale
L’uso costante di farmaci anti-ipertensivi può provocare un'eccessiva perdita di calcio negli uomini anziani
Gli uomini anziani che fanno uso di diuretici hanno ossa più fragili. L'associazione tra trattamenti comunemente prescritti per combattere i disturbi di ipertensione e di insufficienza cardiaca e l'osteoporosi è stata infatti recentemente messa in evidenza da uno studio presentato su Archives of Internal Medicine, una pubblicazione della Journal of the American Medical Association (Jama).
I diuretici sono comunemente prescritti per alcuni disturbi tipici delle persone anziane. Secondo la ricerca guidata da Lionel Lim del Griffin Hospital di Derby (Usa) però, questo tipo di trattamento aumenterebbe la quantità di calcio espulsa dall’organismo tramite le urine. Un fenomeno che, se si protrae per un lungo periodo di tempo, provoca un indebolimento delle ossa e aumenta il rischio di fratture.
Lo studio è stato condotto su oltre tremila uomini di età superiore a 65 anni. I pazienti hanno effettuato una prima visita tra il 2000 e il 2002 e un secondo controllo a distanza di circa quattro anni, durante il quale sono stati sottoposti a un esame della densità dei minerali nelle ossa. Dall'indagine è emerso che la perdita annua di calcio è in media dello 0,33 per cento negli uomini che non fanno uso di diuretici, dello 0,58 per cento in chi li assume occasionalmente e dello 0,78 percento in coloro che ne fanno uso abitualmente. Nell'arco dell'intero periodo di sperimentazione l’indebolimento delle ossa del bacino in coloro che avevano assunto costantemente diuretici è stato quindi 2,5 volte superiore rispetto a chi non ne ha fatto uso.
“I risultati”, ha concluso Lim, “suggeriscono che nel prescrivere i diuretici i medici dovrebbero tenere conto anche dei fattori di rischio di osteoporosi”. (a.c.)
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GALILEO
24 Aprile 08
Piante e animali |
CAMERUNUn santuario per i gorilla
Il governo ha creato la prima area protetta al mondo dedicata alla più rara delle grandi scimmie antropomorfe
Il governo del Camerun e la Wildlife Conservation Society (Wcs) hanno istituito la prima riserva naturale al mondo per la salvaguardia del Gorilla di Cross River (Gorilla gorilla diehli), una sottospecie di Gorilla di pianura, attualmente la più rara delle grandi scimmie antropomorfe.
Il Kagwene Gorilla Sanctuary, questo il nome della nuova riserva, è stato ufficialmente istituito con un decreto del Primo Ministro Ephraim Inoni ed è il frutto di molti anni di lavoro, durante i quali è stata coinvolta la popolazione locale. Lo staff infatti è costituito soprattutto da nativi della zona del Kagwene e molti dei lavoratori sono ex cacciatori.
L'area protetta si estende per circa venti chilometri quadrati e, nonostante le modeste dimensioni, ospita al momento venti individui, numero considerato rilevante in termini di contributo genetico alla conservazione della specie. Il Gorilla di Cross River infatti è stato classificato come “criticamente in via di estinzione” dalla lista rossa della International Union for Conservation of Nature (Iucn). Il numero totale di individui appartenenti alla sottospecie è stato stimato intorno ai 300 individui, tutti sparsi in undici micro-aree tra Nigeria e Camerun.
Diversi i fattori che mettono a repentaglio la sopravvivenza della sottospecie, tra cui la caccia di frodo indiscriminata (nonostante la popolazione locale ritenga i gorilla come persone e quindi intoccabili) e la deforestazione che ha causato la frammentazione dell'habitat naturale. Lo scopo della riserva sarà quindi quello di proteggere i gorilla e creare la cultura della conservazione. (e.a.)
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