home page Home Page
animali smarriti e trovati Appelli
Moduli per denunce
no alla vivisezione Vivisezione
leggi animali Leggi e Decreti
 Emergenze veterinarie
farmacie veterinarie Farmacie veterinarie
enti associazioni e siti personali Enti e Associazioni
news News
contatti Contatti
links Cerca nel sito
links Links
credits Credits & Banner
difesa animaliDifendiamoli: Info del 17 marzo 2008  

LE SCIENZE

Antodolorifici e problemi di memoria

Esperimenti su topi di laboratorio hanno accertato che il recettore TRPV1 regola un meccanismo neurale cruciale perché si formino le connessioni mnemoniche 
Una nuova classe di antidolorifici che blocca il recettore noto come TRPV1 potrebbe interferire con funzioni cerebrali quali l’apprendimento e la memoria. È quanto ha concluso uno studio pubblicato sulla rivista “Neuron” a firma di alcuni neuroscienziati della Brown University a Providence, ne Rhode Island, Stati Uniti.
Gli esperimenti con i topi di laboratorio hanno infatti permesso di accertare come il recettore TRPV1 regoli un meccanismo neurale chiamato depressione a lungo termine (long term depression, LTD), che si ritiene sia cruciale affinché possano stabilirsi connessioni di memoria nel cervello.
Il TRPV1 (transient receptor potential vanilloid 1), infatti, è un recettore la cui attivazione determina la sensazione di dolore in caso di infiammazione e può essere attivato anche da un composto chimico contenuto nel peperoncino, la capsaicina.
Le industrie farmaceutiche hanno cercato di sviluppare molecole in grado di bloccare il recettore TRPV1 per trattare il dolore connesso all’infiammazione e il danno a carico del sistema nervoso periferico. Il problema individuato di recente è che, oltre che nel sistema nervoso periferico, il TRPV1 è espresso anche nel sistema nervoso centrale, e in particolare nell’ippocampo, il centro dell’apprendimento, anche se il suo ruolo non era finora ben compreso.
Nei loro esperimenti con sezioni di cervello di topo, Kauer e colleghi hanno verificato se il TRPV1 ha un ruolo sulla depressione a lungo termine che si configura con un indebolimento della segnalazione tra neuroni che hanno luogo in corrispondenza delle sinapsi.
La LTD, e la sua controparte che rafforza le connessioni, chiamata potenziamento a lungo termine, sono chiavi per il processo di plasticità, ovvero per formazione del cammino neurale su cui si basa l’apprendimento. I ricercatori hanno così trovato come poter bloccare la LTD nel cervello utilizzando farmaci che bloccano il TRPV1 o, viceversa, come riuscire a favorirla utilizzando la capsaicina. In particolare, si è riscontrato come silenziando geneticamente il recettore del TRPV1 nei topi si riduca drasticamente l’LTD negli animali.
“In questo studio abbiamo mostrato per la prima volta che i recettori per il TRPV1 sono necessari e sufficienti per una nuova forma di depressione a lungo termine nelle sinapsi eccitatorie”, hanno concluso i ricercatori. “L’ampia distribuzione dei recettori per il TRPV1 nel cervello suggerisce che tali recettori possano rivestire un ruolo simile nella plasticità sinaptica in tutto il sistema nervoso centrale.”
I ricercatori spiegano inoltre che i loro risultati suggeriscono che le molecole che hanno come bersaglio terapeutico il TRPV1 potrebbero agire non solo sui recettori del dolore nel sistema nervoso periferico, ma anche nel cervello. (fc)
LE SCIENZE

Scoperto il meccanismo di inibizione
Dopammina e angiogenesi tumorale

La dopammina è un neurotransmettitore che nel cervello regola il movimento che influisce sul comportamento: nella sua forma sintetica viene usata per trattare i pazienti colpiti da infarto, morbo di Parkinson e tumori della ghiandola pituitaria
Uno studio pubblicato sull’ultimo numero del “Journal of Clinical Investigation” mostra come la dopammina, un farmaco attualmente usato nel trattamento del morbo di Parkinson e di altre patologie, potrebbe anche funzionare per i tumori. Lo studio che si è svolto su topi laboratorio mostra infatti che tale molecola è in grado di prevenire lo sviluppo di vasi sanguigni e in tal modo rallentare la progressione del cancro.
La dopammina è un neurotransmettitore che nel cervello regola il movimento che influisce sul comportamento: nella sua forma sintetica viene usata per trattare i pazienti colpiti da infarto, morbo di Parkinson e tumori della ghiandola pituitaria. Finora tuttavia non era noto l’effetto di inibizione dell’angiogenesi.
“I ricercatori stanno ora verificando questa idea nel caso dei tumori solidi in cui l’angiogenesi gioca un ruolo essenziale nella crescita e nella progressione stadiale”, ha spiegato Sujit Basu, oncologo della Mayo Clinic, che ha condotto lo studio in collaborazione con Partha Sarathi Dasgupta, del Chittaranjan National Cancer Institute (CNCI) di Calcutta, in India e Debanjan Chakroborty,  biochimico della stessa Mayo Clinic e del CNCI.
Basu ha studiato per anni il ruolo della dopammina nel cancro, ed è stato ricompensato dall’iniziale scoperta che la dopammina è in grado di inibire la crescita di nuovi vasi sanguigni. Il suo studio attuale è basato su modelli di laboratorio murini di sarcoma, un tumore maligno che colpisce i tessuti molli.
Stando a quanto viene riferito nell’articolo, il ricercatore è riuscito per la prima volta a dimostrare come la dopammina abba un ruolo importante nel processo in virtù del quale il tumore sfrutta le cellule progenitrici endoeteliali per ottenere un flusso sanguigno per il proprio nutrimento.
Tali cellule, una forma particolare di staminali, sono rilasciate dal midolo osseo nel torrente sanguigno in risposta al fattore A di crescita vascolare endoteliale (VEGF-A), una proteina secreta dalle cellule cancerose deprivate di ossigeno. Le cellule progenitrici endoteliali, perciò, contribuiscono alla formazione di nuovi vasi che nutrono il tumore.
Inoltre, si è scoperto che la dopammina arresta il trasferimento delle cellule progenitrici dal midollo osseo al sistema circolatorio legandosi a uno specifico recettore presente sulla superficie di teali cellule. Tale legame sopprime l’attività della matrice metallopeptidasi 9 (MMP-9), un enzima che permette a queste cellule di migrare dal midollo osseo. (fc)
LA STAMPA
17/3/2008
 
Identificati tre nuovi geni dell'obesità
ROMA
Scoperti tre nuovi geni responsabili dell’obesità. Li ha identificato un’equipe di genetisti dell’azienda Usa Rosetta inpharmatics, di proprietà del colosso farmaceutico Merck, utilizzando una nuova tecnica di analisi in grado non solo di individuare i geni legati allo sviluppo di malattie complesse o, in questo caso, ai chili di troppo, ma anche di svelarne i meccanismi d’azione. Lo studio, condotto sui topi, è pubblicato su Nature.
I ricercatori hanno dunque usato un nuovo metodo d’indagine genetica, battezzato "network molecolare". In pratica, hanno prima classificato i topi a seconda del tipo di obesità e poi confrontato l’espressione genica nel fegato e nel grasso di questi animali con quelli di roditori di peso normale. Un lavoro complesso e sofisticato che li ha portati a identificare tre geni (Lpl, Lactb e Ppm) responsabili dell’accumulo di chili in eccesso, bersagli per nuove terapie anti-obesità.
La tecnica è già stata testata sull’uomo, con l’analisi di 1.000 campioni di sangue e 700 di tessuto grasso prelevati da volontari, per saperne di più sulle cause dell’obesità, come dimostra un altro studio pubblicato su Nature e condotto dalla compagnia Usa in collaborazione con un’azienda islandese specializzata in genetica.
 

 

realizzazione siti Web  
cani abbandonativai alla pagina inizialeanimali abbandonati
© 2003 difendiamoli.it - Tutti i diritti riservati. disclaimer
Testi ed immagini presenti in questo sito appartengono ai rispettivi proprietari, è vietata la riproduzione, anche parziale, del presente documento.

Sito realizzato da Riccardo Romagnoli webdesigner